Paolo Pampaloni

Paolo Pampaloni, da San Frediano con fierezza
di Franco Quercioli
 
La fatica e l’entusiasmo per tenere insieme "I’ ricreativo e i’ culturale"         

 

La storia di Paolo Pampaloni coincide con quella della Casa del Popolo e dei comunisti dell’Isolotto. È la storia di uno di noi, uomini normali, ma con un pizzico di lucida follia, capaci di avere un sogno e di viverlo. La fortuna dell’Italia è stata che di uomini così normali ce ne sono stati molti e tanti erano comunisti. Più che un’ideologia, per loro il comunismo era un modo di essere, uno stile di vita, era partecipazione e responsabilità, ribellione all’ingiustizia, socialità e solidarietà nella vita di tutti i giorni e questo soprattutto se erano operai, artigiani, contadini, lavoratori, gente del popolo, che aveva una cultura fatta di azioni più che di parole. Così anche le parole spesso avevano un sapore vero.

Paolo era nato il diciassette marzo del 1942 nel cuore di Sanfrediano, il quarto di sette fratelli. Alfredo, il babbo, era un artigiano e avevano casa e bottega nel quartiere. Il comunismo Paolo lo respirò in casa, perché Alfredo era antifascista e comunista, come la maggior parte dei sanfredianini. Lo respirò insieme alla povertà e all’orgoglio: due cose che in Sanfrediano andavano d’accordo e da cui nasceva l’ironia, mordace al limite della cattiveria. Spesso con un etto di mortadella mangiava tutta la famiglia e qualche volta il babbo e la mamma saltavano la cena.

Paolo lavorò fin da ragazzo e non finì neppure le elementari. Fece per un po’ il garzone da un macellaio del mercato centrale. Alle quattro del mattino era già in piedi. Poi imparò il mestiere del babbo. Da Sanfrediano andarono al "Centro Sfrattati" di via Guelfa, poi si trasferirono all’Isolotto e con alcuni fratelli mise su bottega in via Torcicoda.

Nel 1972 Paolo si sposò con la Nada e si iscrissero alla sezione del PCI dell’Isolotto, in via Palazzo dei Diavoli. Fu qui che ebbe inizio la nostra storia comune, in quelle stanze irregolari, con il pavimento che ballava, i corridoi stretti con lo zoccolo alto, smaltato di rosso, le scale ripide, il bar anni cinquanta, povero e disadorno dove Paolo e Nada fecero subito lega con Pierino e Giottino, i "banconieri" di quei giorni. D’inverno faceva freddo e la stufetta a gas veniva portata nelle stanze dove si facevano le riunioni, spesso con il cappotto, la sciarpa e il berretto. Praticamente ci scaldavamo con le battute e i "ponci" del barrettino che poi fu chiuso.

Tante riunioni e tanto freddo. Fu allora che nacque il sogno di una Casa del Popolo moderna e soprattutto con il riscaldamento. Era un sogno venuto dal freddo e che solo la forza dei poveri poteva far vivere a lungo. Un sogno che d’estate cresceva. Ogni estate di più. Perché l’estate è la stagione dei poveri e noi si poteva fare la Festa de L’Unità, che praticamente era una Casa del Popolo all’aperto, fatta di tubi di ferro e bandoni, prima nelle strade del quartiere, poi sul terreno che riuscimmo a comprare in via Maccari. Allora sì che Paolo Pampaloni si scatenò. Praticamente in quei dieci anni ne fece di tutti i colori, insieme a quel gruppo di donne e di uomini che vissero quelle estati in una comunità ricca di impegno, di incazzature e piena di allegria.

Paolo era al centro di questo sogno collettivo, soprattutto per le sue qualità di organizzatore e di uomo d’azione, determinato al limite dell’insopportabile. Memorabili le sue "leticate" con i compagni ostinati e caparbi come lui. Il Pampaloni era sostanzialmente diffidente delle novità, specie se venivano dalle donne e dai tipi un po’ intellettuali, ma quando, dopo i primi scontri, capiva che la cosa andava bene, allora la difendeva con grande energia dai conservatori più accaniti. Il suo ruolo era importante perché riusciva a tenere insieme quelle che sono state sempre le due anime dei Circoli Arci: i’ ricreativo e i’ culturale (per dirla con Benigni).

Quando le donne che gestivano la libreria cominciarono a dipingere i bandoni con disegni a colori vivaci, Paolo le guardava scuotendo la testa, col sorrisino a presa di giro. Ma quando vide che era un bel lavoro, ruppe le scatole perché si dipingessero tutti gli stand. Lo stesso quando partì "Spazio Effe" e quando si fece l’inaugurazione del nuovo Circolo.

Lo ricordo sempre quando in maglietta rossa e grembiule, sempre rosso, imperversava giorno e notte, particolarmente attivo in cucina e a fare la pizza, che era la sua specialità. Me lo ricordo anche quando interveniva nelle riunioni politiche con la capacità di cogliere la sostanza delle cose e la sofferenza di aprirsi al nuovo.

Che la sua vita fosse soprattutto quella vissuta insieme ai compagni e alle compagne, lo capirono bene la Nada e poi la piccola Elisa che rinunciarono a volerlo a casa e furono loro a trasferirsi al Circolo. Anche quando si ammalò gravemente era solito farsi la flebo nella stanzina della segreteria "Perché -diceva- qui sto meglio, vedo gente e penso meno al male".

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